Concorrenza e Mercati, Europa, Imprese, Persone, Relazioni Industriali, Strumenti

Nuovi equilibri geopolitici e rilancio industriale: una finestra per il Sistema Italia

By Hudy Dreossi, Business Partner A.Q.A Network

La recente escalation militare in Iran non necessariamente sconvolgerà gli equilibri globali. Salvo tragiche sorprese – come un eventuale ingresso diretto della Cina nel conflitto – le prospettive di stabilizzazione della regione mediorientale e l’inclusione nell’area di influenza occidentale di grandi nazioni ricche di materie prime potrebbero, nel medio termine, rappresentare per un paese manifatturiero come l’Italia una significativa opportunità di crescita.

L’area del Golfo comprende economie nelle quali le produzioni italiane possono distinguersi per qualità, flessibilità e capacità di adattamento alle esigenze del mercato. Si tratta di paesi destinati a beneficiare di importanti dinamiche di crescita. Gli assi di sviluppo, sostenuti dalle piazze finanziarie di Tel Aviv e Riyad e dagli ingenti investimenti infrastrutturali pubblici, riguardano in particolare le macchine utensili, la distribuzione di prodotti ad alto valore aggiunto – dal food alla farmaceutica – e i beni per l’abitare.

L’emergere di una nuova classe media desiderosa di affermare il proprio status sociale, insieme alla persistenza di modelli familiari più tradizionali, apre inoltre interessanti opportunità per rilanciare cicli di vita di prodotti oggi considerati maturi nei mercati occidentali.

Il processo di ridefinizione dei rapporti tra le potenze mondiali ora in atto rilancia dunque una sfida per il Sistema Italia che il ceto imprenditoriale, i consulenti e le organizzazioni aziendali non possono permettersi di ignorare. Superata la fase congiunturale di riadeguamento delle strutture produttive e di progressiva digitalizzazione – che ha accelerato i processi di obsolescenza tecnologica – è giunto il momento di un cambio di paradigma e dell’avvio di politiche di investimento mirate.

Negli ultimi anni la competitività delle economie “tradizionali” dell’Europa continentale, così come il potere d’acquisto delle famiglie, hanno subito la crescente pressione competitiva di nuovi attori globali. Questi hanno spesso beneficiato di una marcata disparità regolamentare – talvolta riconducibile a un carico fiscale più contenuto – e di una maggiore facilità di approvvigionamento di risorse strategiche, non soggette ai vincoli delle filiere produttive sempre più regolamentate nei paesi occidentali.

Nel periodo successivo alla crisi finanziaria dei subprime, molte imprese italiane – come numerose realtà europee, incluse alcune entità pubbliche – hanno reagito alla perdita di profittabilità rinviando gli investimenti. Tale rallentamento, che ha interessato l’intero sistema economico europeo e ha contribuito a ridurre la capacità di indirizzo delle singole nazioni, è stato colto dalle élite economiche e politiche, democratiche o autocratiche, di diversi paesi del cosiddetto Sud Globale. Queste, capitalizzando sia le rigidità delle economie europee sia l’assenza, in molti paesi post-coloniali, di una netta separazione tra istituzioni e imprese, hanno rafforzato la propria capacità di investimento e di influenza nelle istituzioni economiche occidentali, talvolta attraverso azioni lobbistiche e pratiche poco trasparenti (si ricorda la micidiale legislazione e costruzione mediatica contro il diesel le cui conseguenze si paleseranno a breve).

I cittadini europei hanno progressivamente perso alcune certezze. Negarlo sarebbe ipocrita: la percezione di un indebolimento dell’ascensore sociale e l’emergere di dislivelli economici sempre più marcati hanno alimentato un clima di incertezza e sfiducia. Sono lontani i tempi in cui con lo stipendio di un operaio era fattibile mantenere in modo dignitoso una famiglia di quattro componenti.

In questo scenario emergono tuttavia segnali di un possibile nuovo corso per un recupero di efficienza delle nostre produzioni: politiche di incentivo all’innovazione, sostenute anche dagli ultimi interventi governatovi, e le indicazioni provenienti dal settore finanziario – con la diffusione di fondi specializzati – stanno favorendo processi di aggregazione tra imprese e progetti di riqualificazione dei modelli di business

A livello sistemico, l’assenza di politiche di rinnovamento e di adeguamento strutturale comporta inevitabilmente una perdita di redditività e mette a rischio la continuità aziendale. Gli investimenti rappresentano infatti il motore della crescita di un’impresa e possono assumere diverse forme: capitale fisico (macchinari e infrastrutture), capitale umano (formazione e competenze) e capitale immateriale (ricerca e sviluppo, marchi, tecnologie).

La mancanza di un costante focus sui fattori critici di successo ha costretto molte imprese a competere quasi esclusivamente sul prezzo. Considerate le dimensioni medie delle PMI italiane, questo fenomeno sta determinando una progressiva contrazione dei margini e un aumento delle situazioni di insolvenza. Con rammarico abbiamo sperimentato come, in troppi settori, il rinvio degli investimenti abbia progressivamente indebolito gli assi portanti del nostro sistema economico, che negli ultimi decenni ha registrato una significativa riduzione del numero di operatori e un rilevante depauperamento produttivo. Il tessile, l’elettronica e la chimica di base rappresentano esempi emblematici di un patrimonio industriale e di competenze oggi difficilmente valorizzabile come in passato.

Nel 2026 diventa quindi cruciale gettare le basi per un nuovo sviluppo fondato su know-how, managerializzazione e visione di lungo periodo. Con la conclusione della fase più acuta delle tensioni internazionali gli scenari economici diventeranno più chiari e le regole del mercato meno opache, riducendo lo spazio per fenomeni speculativi che negli ultimi anni hanno trovato terreno fertile in un contesto globale sempre meno trasparente.

L’Occidente è stato per decenni la terra in cui l’ascensore sociale funzionava grazie agli investimenti e al ruolo delle imprese come motori di crescita e coesione sociale. Il messaggio agli imprenditori oggi è semplice ma decisivo: inseguire l’evoluzione dei mercati e valorizzare il capitale umano, vero fattore strategico della competitività futura. Gli italiani hanno storicamente dimostrato la capacità di costruire ponti economici e culturali. Attraverso il tessuto delle nostre PMI possiamo continuare a farlo anche oggi: creando relazioni, generando fiducia e contribuendo alla costruzione di mercati fondati su regole condivise e sviluppo sostenibile.