
Iosif Brodskij
Fondamenta degli incurabili
- Recensione
La Venezia che amo traspare nelle parole di Brodskij nelle “Fondamenta degli incurabili”.
Nella narrazione cinestesica si sentono gli odori di Venezia, l’odore delle alghe (“…fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine…”), la narrazione diventa auditiva e poi visiva (“…in questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. L’unica differenza è che non si stacca dal corpo ma lo subordina totalmente…”)
È la Venezia viziosa e viziata, ritrosa, un poco marcescente che si rivela solo per chi la ama in punta di piedi, in rispettoso silenzio incontrandola di rado e vivendola come una amante. La mia Venezia.
Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo». Parlare di Venezia significa parlare di tutto – e in particolare della letteratura, del tempo, della forma, dell’occhio che la guarda. Così è per Brodskij in senso pienamente letterale. Questa divagazione su una città si spinge nelle profondità della memoria del pianeta, sino alla nascita della vita dalle acque, da una parte, e, dall’altra, nei meandri della memoria dello scrittore, intrecciando alla riflessione le apparizioni nel ricordo di certi momenti, di certi fatti che per lui avvennero a Venezia. C’è qui, come sempre in Brodskij, l’immediatezza della percezione e il gioco fulmineo che la traspone su un piano metafisico.

