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Leadership Tossica: Come Sopravvivere (e Quando è il Caso di Andarsene)

By Fabio Rossi, Business Partner A.Q.A Network

In un’epoca in cui il benessere organizzativo dovrebbe essere un punto fermo della performance aziendale, molte organizzazioni continuano a tollerare leader distruttivi solo per il fatto che in un modo o nell’altro portano risultati. Il leader tossico presenta caratteristiche ricorrenti: tendenze narcisistiche, scarsa empatia, utilizzo della posizione per affermare potere personale piuttosto che per guidare efficacemente. Questi comportamenti si manifestano attraverso manipolazione, richieste contraddittorie, cambi frequenti di direttive e distorsione della realtà percepita dai collaboratori.

Le conseguenze di questi comportamenti si ripercuotono sull’intera organizzazione. I dipendenti sviluppano paralisi decisionale, evitano di prendere iniziative e perdono fiducia in sé stessi. Il clima di sfiducia genera comportamenti ipervigilanti e atteggiamenti difensivi che compromettono la produttività del team. L’organizzazione nel suo complesso paga il prezzo in termini di innovazione mancata, perdita di talenti e conflittualità latente. L’alibi di questi leader è che questo stile di gestione è l’unico che permette di ottenere risultati, ma questa è una visione limitata.

Alcune aziende ritengono “normale “un turnover annuale del 15% in posizioni che normalmente richiederebbero maggiore continuità nel rapporto, non rendendosi conto delle responsabilità che hanno nel respingere i collaboratori.”

Strategie di sopravvivenza

Che fare allora, se si è intrappolati in una simile situazione, magari senza la possibilità immediata di un intervento dall’alto?

Per chi si trova in questa situazione, esistono diverse strategie di sopravvivenza professionale. La documentazione sistematica degli episodi critici rappresenta uno strumento fondamentale di protezione: conservare email, annotare episodi e ricostruire i fatti fornisce una base oggettiva contro tentativi di manipolazione della realtà. Parallelamente, è essenziale costruire una rete di supporto tra colleghi, condividendo esperienze e cercando alleanze che possano offrire sostegno reciproco.

In parallelo, serve lavorare sulla propria resilienza emotiva. Tecniche di mindfulness, coaching individuale, auto-osservazione. Proteggere il proprio equilibrio mentale è un dovere professionale. Non si tratta di “resistere stoicamente”, ma di adattarsi in modo attivo e intelligente. Ritagliarsi spazi di decompressione fuori dal lavoro, curare le relazioni sane, coltivare una visione più ampia del proprio valore, indipendentemente dal giudizio manipolatorio del capo.

Infine, se ci si sente pronti, è possibile tentare un confronto assertivo. Senza aggressività, ma con fermezza puntando l’attenzione sui comportamenti (non sulla persona) e sugli effetti concreti sul lavoro. Può essere utile la tecnica delle domande per cui non serve accusare ma, attenendosi ai fatti cercare delle soluzioni: “Quando cambi frequentemente le priorità, il team perde tempo e motivazione. Possiamo definire un criterio più stabile?”. Non sempre funziona, ma può segnare un confine e mostrare che non si è del tutto passivi.

Quando la soluzione è cambiare il contesto

Va riconosciuto che non sempre è possibile risanare situazioni compromesse. Se la tossicità persiste nonostante gli sforzi e l’azienda non interviene, arriva il momento di una valutazione pragmatica. Se il lavoro compromette la salute mentale, il sonno, la motivazione, se si smette di riconoscersi nei valori aziendali, se ogni giorno si entra in ufficio col peso di un campo di battaglia… allora forse è tempo di andarsene.

Questa viene spesso vissuta come una sconfitta, come una ingiustizia di chi comunque deve andarsene e lasciare il campo ad un detestato vincitore del confronto.

Non è una sconfitta. È leadership su sé stessi. A volte, la scelta più saggia è cercare altrove un contesto che permetta di crescere, di esprimersi, di sentirsi valorizzati.
Tollerare un capo tossico non è un segno di forza. È spesso un segnale d’allarme ignorato. Il lavoro dovrebbe rappresentare una sfida stimolante piuttosto che una fonte di sofferenza.

Il team di AQA Network è a vostra disposizione per un confronto su questi e su altri importanti temi; scrivici! commerciale@aqanetwork.it