BURNOUT, la crescita silenziosa di un’epidemia

  • 23 Novembre 2023

    BURNOUT, la crescita silenziosa di un’epidemia

    By Aldo Marchi, parte del Progetto A.Q.A Network, Young Minds at Work

    L’anno 2019 per la quarantasettenne Caroline Huges è stato un periodo delicato, di trasformazione professionale e personale.

    Una donna ambiziosa, il cui obiettivo professionale per decenni consisteva nell’ascesa della scala aziendale a Dublino, eccellendo in posizioni senior nel settore bancario e industriale.

    Il suo lavoro prevedeva lo sviluppo di leader e l’aiuto alle persone a progredire nella loro carriera.

    Della sua professione dice: “non posso dire quanto l’ho amata”.

    Un lavoro ad alta potenza, che richiedeva alti livelli di energia.

    Afferma ancora; “ho viaggiato molto lavorando con team in tutto il mondo e affrontando progetti sempre più grandi”.

    Ma, verso la fine dello stesso anno, Caroline sente che qualcosa in lei non funziona più come prima.

    Aveva un dolore cronico alla mascella, difficoltà a dormire e si sentiva esausta.

    Ricorda che il lavoro richiedeva sempre più tempo e trascorreva i fine settimana a recuperare il riposo.

    Provava un distacco dal suo lavoro e si giudicava negativamente per non essere più in grado di lavorare duramente come faceva un tempo.

    Caroline aveva tutti i sintomi tipici di una sindrome che prende il nome di “Burnout”, solo che non era consapevole di essere esaurita, fin quando è crollata.

    Il suo crollo ha riguardato non solamente la sua vita professionale, ma anche famigliare, quotidiana.

    Il caso di Caroline Huges non è stato un fenomeno isolato, bensì è opportuno ricordare che questa sindrome d’esaurimento coinvolge più persone, più professionisti.

    Esisteva già prima del 2019, ed oggi, secondo dati statistici, è addirittura in costante crescita.

    Risulta allarmante notare che molte persone abbandonano le loro carriere di successo a causa del burnout. Non si tratta di persone insoddisfatte del proprio lavoro, ma di professionisti che hanno dedicato anni al proprio settore, ottenendo successi e riconoscimenti.

    Tuttavia, il prezzo di questa sindrome d’esaurimento li sta portando a riconsiderare le loro scelte di vita.

    Il Burnout ha una lunga storia. I sintomi furono studiati e compresi dai medici greci Ippocrate e Galeno. Nella teologia medievale la diagnosi appare come “acedia”, ovvero una “svogliata indifferenza verso la vita mondana causata dall’esaurimento spirituale”, scrive lo psicoanalista Josh Cohen per l’Economist.

    In questo nostro tempo, il burnout sta ancor più attirando l’attenzione a causa del prezzo pagato dalla nostra salute mentale e fisica durante gli sconvolgimenti del Covid-19 di questi ultimi anni.

    Una sindrome questa, che presenterebbe diverse affinità con la depressione.

    Come abbiamo visto nel caso sopra citato, la manifestazione principale del burnout consiste in un esaurimento emotivo, ossia il sentimento di aver consumato tutte le energie psicologiche necessarie per far fronte alle richieste dell’attività lavorativa.

    I sintomi che caratterizzano questa condizione sono il sentirsi stanchi già al mattino, al solo pensiero di andare al lavoro; la difficoltà ad affrontare la giornata lavorativa per mancanza di energia; il sentirsi frustrati dal lavoro; l’essere sfiniti al termine della giornata lavorativa; l’assenza di energie per la famiglia e gli amici durante il tempo libero.

    La frequente esperienza di tali sintomi dipinge una situazione di grave sofferenza psicofisica, come quella provata da Caroline Huges.

    Accanto all’esaurimento potrebbero essere osservati anche una serie di altri sintomi chiamati di disaffezione lavorativa (o cinismo), i quali indicano l’atteggiamento di freddezza, indifferenza e distanza emotiva sviluppato in rapporto al lavoro e nei confronti degli utenti, se questo implica un contatto con essi.

    Infine, un terzo cluster di sintomi riguarda la sensazione di perdita di efficacia professionale, ossia la convinzione di non essere più adatti per il tipo di lavoro che si sta svolgendo, accompagnata da un calo significativo della propria stima.

    In sostanza, oggi, le nostre vite tra lavoro, famiglia e altre responsabilità potrebbero essere caratterizzate da un qualcosa di più della solita stanchezza che le accompagna, bensì da questo travolgente senso di esaurimento fisico ed emotivo, un senso di tristezza pervasivo.

    È una tendenza mondiale, e secondo recenti sondaggi globali sarebbero le donne a soffrire maggiormente di questo “Grande Esaurimento”.

    Quello che sappiamo è che sono le donne a farsi carico della maggior parte delle responsabilità domestiche non retribuite, compresi i lavori domestici, l’allevamento dei figli e la cura dei parenti anziani. Il tutto cercando anche di svolgere la propria professione retribuita, che sappiamo probabilmente ripagherà meno.

    Mentre in questi ultimi anni si è parlato molto della “grande rassegnazione”, a causa della quale i lavoratori di tutto il mondo stanno lasciando il lavoro in massa, gli accademici australiani, secondo uno studio condotto dalla University of New South Wales, hanno affermato che in realtà esiste un termine migliore per ciò che sta accadendo: “Great Exhaustion”, “il Grande Esaurimento” appunto.

    L’anno scorso l’indagine Deloitte Women @ Work ha intervistato 5000 donne in 10 paesi, inclusa l’Australia e ha rivelato che il 45% di esse verteva in uno stato di salute mentale estremamente scarso, ed un terzo di esse si era preso una pausa dal lavoro a causa di problemi di salute mentale registrati e acuiti nell’ultimo anno.

    Inoltre, secondo un sondaggio di McKinsey il 49% della forza lavoro negli USA si trova ad un qualche titolo in burnout.

    Stesso risultato per un’indagine più ampia commissionata da Microsoft (50% dei dipendenti e 53% dei manager), su undici paesi diversi e un campione di 20.000 soggetti.

    Questi studi dimostrano come la metà delle persone oggi al lavoro è esausta.

    Una persona su due che incontri non ne può più, è vicina ad una propria situazione di blackout, magari quella persona sei tu, magari quel blackout è oggi, o domani.

    I fattori che contribuiscono a questo burnout sempre più diffuso possono essere molteplici.

    L’ambiente di lavoro moderno, con la sua costante connettività, i lunghi orari e le elevate aspettative. Oltretutto, come si accennava in precedenza, la pandemia globale potrebbe aver esacerbato i sentimenti di isolamento, stress e ansia, spingendo molti al limite.

    È essenziale riconoscere che il “Grande Esaurimento” non è solo un problema individuale, come il caso di Caroline presa d’esempio, ma anche sociale.

    I datori di lavoro, le organizzazioni e i responsabili politici dovranno adottare misure proattive per affrontare e gestire la problematica, perché questo rappresenta una tendenza preoccupante e allarmante. Ci ricorda che il lavoro è essenziale, ma lo è ancor più riconsiderare la presa in mano delle nostre vite e della qualità di esse.

    Recentemente, è stata pubblicata la ISO 45003, uno standard internazionale che fornisce indicazioni sulla gestione della salute psicologica nei luoghi di lavoro. Questo standard tratta in modo ampio il rischio psicosociale, inserendo la salute mentale nella cornice della gestione della salute e della sicurezza. Gli aspetti chiave includono la centralità dei bisogni delle persone, la destigmatizzazione della salute mentale nel contesto lavoro, e il ruolo fondamentale della leadership nell’assicurare un ambiente lavorativo psicologicamente sicuro.

    Senza scordare che in Italia, l’azienda deve seguire le indicazioni del D.Igs. 81/2008 e del D.Igs 150/2009 per la valutazione dello stress lavoro-correlato e del benessere organizzativo.

    Come società, probabilmente è davvero giunto il momento di dare priorità alla salute e alla felicità di ognuno di noi.

    Il primo passo da compiere starebbe nel riconoscere che niente di ciò che consideriamo parte di un ordine naturale e precostituito è veramente un ordine naturale e precostituito: gli orari, gli effetti, le regole. Tutto si può rinegoziare. Ci si può fermare, non solo individualmente. L’esperienza pandemia nel bene e nel male lo ha dimostrato. Ma non è bastato e non basta.

    È necessario ripartire, consapevoli di voler rivedere e cambiare le condizioni che caratterizzano i nostri piani di vita, a favore di un’attenzione consapevole rivolta alla nostra qualità di vita.

    D’altronde, per tutti noi la vita è una sola.

    A.Q.A Network con il proprio team di Pedagogist* del Lavoro, Counselor e Coach può supportare le vostre RU in modalità “one to one” o in gruppo, offrendo il servizio di sportello di aiuto per le Imprese e Organizzazioni.

    Contattateci per informazioni!

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