“Pride” fuori ma anche dentro le aziende

  • 23 Giugno 2021

    “Pride” fuori ma anche dentro le aziende

    By Alessia Tuselli, Business Partner A.Q.A Network

    Giugno è il mese dedicato al Pride: le bandiere arcobaleno campeggiano su strade, comuni, università, vetrine; fanno da sfondo alle campagne di comunicazione di numerosi brand. I Pride torneranno quest’anno nelle piazze italiane (dopo lo stop forzato nrl 2020 a causa dell’emergenza sanitaria) con l’obiettivo di unire le persone nella lotta per i diritti di uguaglianza, libertà, esistenza della comunità LGBTQI+ (Lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, ecc). Il Pride nasce negli anni Settanta: il 27 giugno 1970, infatti, circa 30 persone (attivisti/e, persone LGBTQI+, hippy) si sono incontrate per una breve marcia lungo Polk Street a San Francisco come tributo al primo anniversario della rivolta dello Stonewall Inn (noto locale di New York), che aveva visto ribellarsi una parte della comunità LGBTQI+ ai continui soprusi e alle ripetute violenze della polizia newyorkese.

    Mezzo secolo dopo quella storica e simbolica data, i Pride sono diventati manifestazione corpose, che richiamano l’attenzione tanto dell’opinione pubblica, quanto di brand e aziende. Anche in Italia, infatti, le aziende, soprattutto negli ultimi anni, si pongono come soggetti attivi, alleati in questo processo di visibilità delle istanze della comunità LGBTQI+.

     Attraverso numerose iniziative, campagne di sensibilizzazione, prodotti in edizione limitata, diversi marchi cercano di contribuire alla diffusione di messaggi inclusivi, come strumenti di contrasto ai fenomeni discriminatori basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. Discriminazioni che interessano anche lo stesso spazio lavorativo.

    Richiamare l’attenzione sul tema attraverso campagne o prodotti dedicati può essere di supporto alla causa; così come è importante, per un’azienda contemporanea, posizionarsi da un punto di vista di policy di diversity and inclusion, supportando manifestazioni come il Pride. Questo tipo di iniziative aziendali, però, non rappresentano delle azioni che concretamente migliorano l’ambiente lavorativo in ottica di benessere per le persone gay, lesbiche, trans (ecc) che lo abitano.

    Fra i cosidetti hate bias (comportamenti dettati esclusivamente da pregiudizio un cognitivo), infatti, lo stigma verso alcune categorie sociali, come le persone LGBTQI+, è ancora molto presente nei differenti ambiti del quotidiano e l’ambiente di lavoro non fa eccezione.

    Secondo un’indagine ISTAT (2018), in Italia sono circa 1.500.000 i/le lavoratrici/tori LGBTQI+, dato che può essere considerato sottostimato. Molto spesso, infatti, proprio in ambito lavorativo, le persone tendono a nascondere il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere, per paura di ripercussioni, discriminazioni, esclusione. Il rapporto dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) “A Long Way to go for LGBTI+ Equality” (2019)[1], rivela un quadro europeo preoccupante: 1/5 delle persone contattate dichiara di sentirsi discriminata sul lavoro; 1/3 di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese; il 23% dei/delle partecipanti italiani/e afferma di aver subito una discriminazione sul lavoro (a causa del proprio orientamento sessuale e/o della propria identità di genere).

    Un contesto lavorativo inconsapevole, chiuso, ostile, genera differenti processi escludenti e discriminatori, minando di fatto tutto l’ambiente e incidendo profondamenti sul benessere lavorativo e sui processi produttivi.

    Quali sono questi processi?

    – Ad esempio, l’invisibilità dei lavoratori e delle lavoratrici LGBTQI+ (nell’ambiente di lavoro; in differenti segmenti del mercato del lavoro e/o nel top management) un ostacolo alla piena affermazione professionale e al benessere personale.

    – Ancora, una scarsa partecipazione alle relazioni formali e informali con colleghe/i, gruppi aziendali, reti di relazioni.

    – Infine un processo di auto-discriminazione, li dove l’aspettativa di essere discriminate/i induce, ad esempio, a non fare domanda di lavoro in certi settori o aziende, per un avanzamento di carriera ecc.

    Cosa può fare un’azienda per rendere il proprio ambiente di lavoro consapevole, attento, non discriminatorio, aperto e ricettivo nei confronti delle persone LGBTQI+?

    Le campagne di comunicazione sono solo una parte del processo, quella che potremmo definire la punta di un iceberg.

    È necessario avviare un processo di consapevolezza, attraverso una formazione interna strutturata, che coinvolga tutti i livelli, a partire dal top management. Un percorso di consapevolezza interviene sull’ambiente di lavoro, da una parte; si pone come base solida su cui progettare definire policy dedicate, dall’altra. Strumenti concreti al servizio delle esigenze delle persone che lavorano in azienda: sportelli di orientamento e supporto per lavoratrici e lavoratori LGBTQI+; accesso al welfare aziendale; campagne di comunicazione inclusive.

    È fondamentale lavorare con le persone e per le persone perché certi hate bias, interiorizzati, siano decostruiti: affermare di essere inclusivi non basta, proprio perché la consapevolezza è un percorso e non una dichiarazione di intenti.

    Per essere davvero “Pride”, fuori e dentro i contesti lavorativi.

    In occasione del Pride, TheFork ha deciso di coinvolgere e sensibilizzare la propria community. Da giovedì 24 a domenica 27 giugno, TheFork attiverà il codice PRIDE che potrà essere inserito in fase di prenotazione di qualsiasi ristorante in Italia. Se normalmente questo tipo di codice permette agli utenti di guadagnare un maggior numero di punti fedeltà da spendere successivamente su TheFork, in questo caso invece avrà una finalità benefica. Per le prime 3 mila prenotazioni così effettuate, infatti, TheFork donerà 1 euro ad Agedo, un’associazione di genitori, parenti e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, + che dal 1993 lavora a sostegno dei diritti della comunità LGBTQ+.

    L’alleanza con Agedo però non si ferma qui: TheFork e Agedo hanno lanciato l’iniziativa “Proud to Be Aware” una serie di tre seminari per i dipendenti di TheFork che si stanno svolgendo durante il mese di giugno, volti ad approfondire alcuni importanti temi oggi più che mai fondamentali: il primo seminario affronta il coming out, il secondo il tema della transessualità e l’ultimo si sofferma sulle questioni legate al linguaggio e alle micro aggressioni.


    [1] Indagine condotta in 27 stati membri dell’UE, Regno Unito, Macedonia e Serbia, su un campione di 140 mila rispondenti (15 anni+) che si identificano appartenenti alla comunita LGBTQI+

     

    «C’è un grande dibattito in corso sulle aziende che sostengono attraverso la loro comunicazione il Pride Month. Riteniamo che ci siano vari livelli per farlo nel modo corretto. In primis, l’inclusione deve essere un valore vissuto ogni giorno in azienda, non solo a giugno. Se – e solo se – questo primo livello è “rispettato”, crediamo sia positivo che le aziende sensibilizzino le loro community verso questi temi. Si vince su entrambi i fronti, perché se è vero che di queste iniziative se ne beneficia in termini di reputazione del brand, allo stesso tempo si agisce da megafono per promuovere messaggi importanti come l’inclusione e la diversità, generando un virtuoso passaparola. Ricordiamo che molte aziende parlano a milioni di persone e sono quindi assimilabili a dei media in questo senso. In ultimo si può fare qualcosa in più e cioè non limitarsi a comunicare, ma anche agire. Nel nostro caso ad esempio abbiamo adottato il logo arcobaleno, sensibilizziamo la community, ma sosteniamo anche un’organizzazione Agedo, che dentro e fuori dalla nostra azienda è impegnata tutti i giorni per promuovere i diritti civili e i cambiamenti sociali nel nostro Paese. Un’iniziativa che non si conclude quindi a giugno, ma destinata ad andare avanti. Facciamo per chiarezza un esempio traslato su altro: è assolutamente negativo se un’azienda fa campagne di marketing per la sostenibilità, ma poi continua a inquinare. D’altra parte se va verso la sostenibilità produttiva e in più la promuove, che male c’è? » Damien Rodiere, Country Manager Italia TheFork

    Per quanto sopra approfondito noi di A.Q.A proponiamo interventi formativi come “Diversity: se le conosci le Includi”, con l’obiettivo di progettare insieme strategie di intervento su misura per le aziende, anche in tema di orientamento sessuale ed identità di genere.

    Comments(0)

    Leave a comment

    14 + cinque =

    Required fields are marked *

Newsletter
Iscriviti per rimanere sempre aggiornato