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Cultura della sicurezza: non quello che diciamo, ma come facciamo le cose qui

By Massimo Adami, Business Partner A.Q.A Network

Nel mondo della sicurezza sul lavoro c’è una parola che sentiamo ripetere di continuo: cultura.

È necessario lavorare sulla cultura della sicurezza.”

“Qui il problema è il livello di cultura della sicurezza dei dipendenti”

“Senza cultura non vai da nessuna parte.”

Frasi giuste, ma spesso astratte. Se non le colleghiamo a ciò che le persone fanno ogni giorno, rischiano di diventare solo slogan. Perché, in pratica, la cultura non è quello che scriviamo sui poster, ma ciò che succede davvero nei reparti di produzione, negli uffici, nei cantieri.

Potremmo definire la Cultura come il modo di vivere, in particolare le abitudini e le credenze generali di un determinato gruppo di persone in un determinato momento.

Una definizione semplice e più concreta?

CULTURA significa: “il modo di fare le cose qui”.

Quando parliamo di cultura della sicurezza sul lavoro, quindi, parliamo di come, ogni giorno, le persone prendono decisioni, gestiscono i rischi, usano (o non usano) i Dispositivi di Protezione (Individuale o Collettiva), rispettano (o aggirano) le procedure.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo dove, parlando di Cultura, viene tirato in gioco Edgar Schein (Edgar Henry Schein (Zurigo, 5 marzo 1928 – Palo Alto, 26 gennaio 2023), psicologo statunitense. Tra i suoi principali interessi ci fu la cultura organizzativa.

Secondo Schein, la cultura è l’insieme di assunti di base che un gruppo sviluppa nel tempo perché “funzionano”. Sono modi di pensare e di agire così radicati che non li mettiamo quasi più in discussione.

In altre parole: la cultura è ciò che le persone fanno in automatico, senza bisogno di pensarci.

E qui capiamo subito un punto chiave: non basta appendere un cartello per cambiare la cultura.

Schein distingue tre livelli:

Artefatti – ciò che si vede.

Procedure, Regolamenti, DPI, Segnaletica, Policy aziendale, Slogan, Presentazioni, Safety Day. Sono necessari, ma non spiegano da soli come ci comportiamo quando nessuno ci osserva.

Valori dichiarati – ciò che diciamo.

“La sicurezza è la nostra priorità”, “prima le persone”, “zero infortuni”. Sono dichiarazioni importanti, ma diventano vuote se le decisioni quotidiane (per esempio sui tempi, sulle risorse, sulle pressioni produttive) vanno in direzione opposta.

Assunti di base – ciò che pensiamo davvero.

Sono convinzioni profonde, spesso inconsapevoli, che guidano i comportamenti reali:

“Ho poco tempo”

“Se mi fermo per la sicurezza, sembro quello lento”

“Ho sempre fatto così, non è mai successo niente”

“Se rispetto tutte le regole, il lavoro non lo finiamo”

“Il casco/guanto/occhiali mi danno solo fastidio, ci metto un attimo a fare questo, l’ho sempre fatto”

“Se ci fosse davvero pericolo, l’azienda avrebbe già sistemato tutto”

Finché questi assunti non cambiano, la Cultura non cambia. Possiamo scrivere tutte le procedure che vogliamo, possiamo fare tutta la formazione che vogliamo ma ci ritroveremo sempre nel solito “abbiamo sempre fatto così”.

Intervenire solo su regole e cartelli non basta

Molte organizzazioni, con le migliori intenzioni, cercano di “cambiare la cultura” partendo dagli artefatti: nuovi regolamenti, nuove checklist, nuovi corsi, nuove campagne di comunicazione, magari il discorso ispirazionale del top management al Safety Day.

Sono strumenti utili, ma non sufficienti. La cultura si trasforma davvero solo quando cambiano:

– i comportamenti quotidiani,

– i rinforzi che seguono quei comportamenti (cosa viene premiato, cosa viene ignorato, cosa viene sanzionato).

Se una persona corre un rischio per “fare prima” e nessuno dice niente (o addirittura viene lodata perché ha consegnato in tempo), il messaggio reale è chiaro: qui ciò che conta è la produzione, non la sicurezza, indipendentemente da cosa c’è scritto nel manuale aziendale.

Per questo ha senso parlare di agire in profondità, andando oltre lo strato superficiale della “cipolla” (artefatti e slogan) e lavorando su ciò che le persone fanno e credono nel quotidiano.

Il ruolo di chi fa sicurezza: comportamenti e convinzioni

In quest’ottica, chi si occupa di sicurezza sul lavoro (RSPP, HSE, preposti, dirigenti, consulenti, formatori, Safety Coach) dovrebbe agire su due livelli:

– Comportamenti osservabili, quelli che possiamo vedere, descrivere, misurare.

– Convinzioni profonde, quelle che sostengono o sabotano i comportamenti sicuri.

L’obiettivo non deve essere quello di “convincere le persone a rispettare le regole”. E non possiamo pretendere di farle “innamorare della sicurezza”.

È invece necessario far capire perché ha senso fare certe cose in un certo modo, sentire che proteggersi e proteggere i colleghi è parte del proprio modo di lavorare, non un obbligo imposto dall’alto. È necessario far capire che: “SICUREZZA È PER ME”, “SICUREZZA È TORNARE A CASA LA SERA”.

Lavorare sul lungo periodo e sulla profondità è più impegnativo di una campagna a effetto, ma è l’unica strada per un’evoluzione stabile e duratura.

5 leve concrete per agire davvero sui comportamenti

Per rendere concreta la parola “CULTURA” – cioè per cambiare “il modo di fare le cose qui” – è necessario intervenire su ciò che le persone fanno ogni giorno. Nell’ambito della sicurezza sul lavoro, ecco 5 azioni pratiche che possono davvero incidere sui comportamenti:

  1. Osservazioni sul campo e feedback immediato

Non basta progettare procedure dalla scrivania. È fondamentale trascorrere tempo nei reparti, nei cantieri, sulle linee: osservare come si lavora davvero, notare sia i comportamenti sicuri sia quelli a rischio e dare feedback concreti, specifici, rispettosi e immediati.

Questo rende visibile che la sicurezza non è solo “carta”, ma qualcosa che conta nella pratica di tutti i giorni. Ed è un lavoro che può essere svolto dai Preposti

  1. Rinforzare i comportamenti sicuri, non solo correggere gli errori

Spesso ci attiviamo solo quando “qualcosa va storto”. Invece, per costruire cultura, è essenziale riconoscere e valorizzare chi si comporta in modo sicuro: un grazie esplicito, una menzione in riunione, piccoli sistemi di riconoscimento. O più semplicemente:”Bravo così va bene!” ……. Quante volte ci dimentichiamo di farlo?

Ciò che viene apprezzato e riconosciuto tende a ripetersi: è una leva potente sul comportamento.

  1. Coinvolgere i lavoratori nella definizione delle soluzioni

Le persone seguono più volentieri regole che hanno contribuito a costruire. Includere operatori, preposti, tecnici nei gruppi di lavoro che definiscono procedure, DPI, layout sicuri e soluzioni operative permette di: 

  • intercettare problemi reali e vincoli concreti,  
  • progettare soluzioni più praticabili,  
  • aumentare il senso di appartenenza (“questa è anche una mia scelta, non solo un’imposizione”).
  1. Formazione esperienziale e centrata sui casi reali

Una formazione solo teorica, fatta di norme e articoli di legge, difficilmente modifica i comportamenti. Serve una formazione che parta da situazioni reali di lavoro, errori possibili, casi successi in azienda o nel settore, simulazioni pratiche, discussioni guidate.

Serve una formazione che faccia capire cose semplici, talmente semplici ed evidenti ….. che però spesso dimentichiamo. “Quanto un infortunio alle mani o agli occhi o alle gambe può incidere nella vostra vita?”.

…Non solo oggi, sul turno di lavoro, ma domani quando dovrete abbracciare i vostri figli, guidare l’auto, allacciare le scarpe, cucinare, fare una passeggiata, persino aprire una bottiglia d’acqua da soli?

Un taglio, una caduta, una scheggia negli occhi non sono solo “infortuni”: sono pezzi di autonomia che rischiamo di perdere, sono passioni che non potremo più coltivare, sono lavori che non potremo più svolgere, sono gesti quotidiani che diventeranno dipendenza dagli altri.

La sicurezza allora smette di essere una pratica burocratica e diventa una forma di rispetto: per la propria vita, per le persone che ci aspettano a casa, per i colleghi che lavorano accanto a noi. Non è solo “mettere un DPI”, ma scegliere ogni giorno di non giocarsi, in pochi secondi, quello che abbiamo costruito in anni.

Coltivare una cultura della sicurezza significa proprio questo: ricordare l’ovvio, renderlo non negoziabile, trasformare “ho sempre fatto così” in “voglio esserci anche domani, sano, per chi conta su di me”.

  1. Allineare obiettivi, tempi e premi con la sicurezza

Non possiamo chiedere “sicurezza prima di tutto” e poi premiare solo chi produce di più o finisce prima, indipendentemente da come ci arriva. Per cambiare i comportamenti occorre che:  

– gli obiettivi di sicurezza siano espliciti e misurati

– i tempi di lavoro siano compatibili con l’esecuzione sicura delle attività

– capi e preposti siano valutati anche su come gestiscono la sicurezza, non solo sui risultati produttivi.  

In caso contrario, il messaggio reale rimarrà: “qui la sicurezza è importante… finché non rallenta il lavoro”.