By Fabio Rossi, Business Partner A.Q.A Network
Luglio è stato il mese dello sport internazionale: il Tour de France, Wimbledon e quest’anno anche i Mondiali di calcio. Nello sport è normale esaltare la capacità di “dare il massimo”: atleti che nell’ultimo game, nel recupero, trovano un’energia che sembrava già esaurita. È un’immagine spesso evocata anche fuori dallo sport, come metafora della prestazione ideale.
Dare il massimo è la capacità di entrare in uno stato di assorbimento totale nel compito, quello che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha chiamato flow: attenzione concentrata al punto da far sparire l’autocoscienza, il tempo che si dilata o si comprime, l’azione che procede quasi da sola. In quello stato ci si dimentica di sé, e proprio questo oblio produce le prestazioni più alte, quelle che negli sportivi sono in grado di produrre gesti atletici estremi e attivare un’energia nascosta.
Per questo, dare davvero il massimo richiede di sospendere, temporaneamente, l’attenzione verso i propri bisogni: non di negarli, ma di metterli tra parentesi. Questo, attenzione, non avviene solo nel momento della prestazione sportiva, avviene durante tutto il periodo dell’allenamento e della preparazione. Il premio di Jannik Sinner dopo la vittoria di un torneo è di potersi concedere … “un hamburger con patatine fritte”!
È qui che il dibattito sull’equilibrio vita-lavoro, per quanto se ne parli tanto, non riesce ad arrivare al punto.
Se ne discute, se ne parla ma si lascia ai margini l’aspetto che riguarda ciascuno singolarmente, in prima persona: “sto davvero dando il massimo oppure potevo fare meglio?” È una domanda che riguarda il rapporto con se stessi, con la propria soddisfazione personale, con il piacere di aver fatto bene il proprio lavoro.
La psicologia dello sviluppo offre uno spunto di riflessione. Gli studi sulla gratificazione differita, a partire dal celebre esperimento di Walter Mischel, mostrano che nei primi anni di vita il bambino vive il soddisfacimento immediato dei propri bisogni come qualcosa di dovuto: solo con il tempo, attraverso la frustrazione tollerata e l’esempio ricevuto, impara a posporre, a trattenersi, a onorare un impegno anche quando costa fatica.
Nell’adulto lo stesso meccanismo continua ad agire sottotraccia.
Il bisogno di riposarsi, di dire no, di pensare a sé è sano e merita ascolto: mortificarlo produce solo esaurimento, mai una prestazione migliore. Tuttavia, se diventa un atteggiamento, uno stato esteriore, invece che una scelta consapevole, questo stesso bisogno limita la capacità di impegnarsi fino in fondo.
Nella teoria della gestione del tempo si usa spesso dire che “la settimana prima delle vacanze è la settimana più produttiva” perché è quella in cui si cerca di chiudere più punti aperti possibile per andare in vacanza più leggeri.
È un continuo dialogo tra dare il massimo e dimenticarsi dei propri bisogni o di mettere davanti i propri bisogni che diventano il diritto a pensare a sé stessi.
L’equilibrio sta nel tenere i due estremi in armonia, consapevolmente. È un esercizio che va ripetuto ogni giorno, alternare una fase in cui si dà il massimo, ad una fase in cui ci si concede un meritato riposo consapevoli di aver fatto bene il proprio lavoro.
La condizione migliore per partire per le vacanze è la consapevolezza di aver dato tutto e ricevere in cambio il riconoscimento del diritto a potersi staccare e rigenerare le energie.
Quindi l’augurio che noi di A.Q.A.Network vogliamo fare a tutte le persone che lavorano con la passione del proprio lavoro è di poter andare in vacanza stanche e senza rimpianti e dedicarsi del tempo per riposarsi, ricaricare le energie e pensare alla propria crescita individuale.
Buona vacanze !


