By Daniele Cortesi, Business Partner A.Q.A Network
Il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, non è solo una ricorrenza. È un invito a guardare alla violenza anche in una delle sue forme meno visibili: quella economica.
La violenza contro le donne non è confinata nella vita privata. È spesso il risultato di un sistema socio-economico che continua a generare dipendenza finanziaria, disuguaglianze e mancanza di opportunità. In Italia, come evidenziato dal rendiconto di genere dell’INPS relativo al 2024, la condizione femminile nel mercato del lavoro è ancora segnata da profondi squilibri: tasso di occupazione al 52,5% (contro il 70,4% maschile), gender pay gap superiore al 20% in molti settori, minore presenza nei ruoli apicali e assegni pensionistici fino al 44% inferiori.
Questi numeri non sono astratti: descrivono il terreno su cui si radicano molte forme di vulnerabilità. Uno degli aspetti più dolorosi, ma meno discussi, è il legame tra violenza domestica e dipendenza economica. Molte donne non riescono a separarsi da partner violenti non perché non lo desiderino, ma perché non possono permetterselo. La discontinuità lavorativa e i salari più bassi creano una fragilità che rende difficile sostenere una vita autonoma.
La violenza economica è una forma di abuso concreta oltre che ricorrente: significa controllare le finanze dell’altra persona, impedirle di lavorare o gestire unilateralmente il denaro comune. Quando una donna non ha alternative economiche reali, la libertà diventa un privilegio. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: la violenza economica è poi spesso l’anticamera silenziosa di quella psicologica e fisica. Togliere a una donna le risorse significa toglierle gli strumenti per dire “basta”, per difendersi o per fuggire. Per questo motivo, l’indipendenza economica è la prima, fondamentale forma di autodifesa.
Un supporto concreto arriva dal mondo del lavoro attraverso la norma UNI/PdR 125:2022. La norma si pone l’obiettivo di intervenire alla radice dei problemi lavorando su molteplici aspetti, in particolare su equità retributiva, opportunità di carriera e contrasto ai bias. Ma in questo percorso è la formazione a giocare un ruolo decisivo. Donne formate e consapevoli possono capire la propria situazione previdenziale, i propri diritti e la gestione del denaro, comprendendo che queste non sono semplici competenze tecniche, ma veri strumenti di tutela.
In questo contesto, la formazione aziendale assume un valore etico-sociale profondo: serve a creare un linguaggio comune per riconoscere ciò che spesso viene scambiato per “normale amministrazione familiare”. Molte donne non sanno di subire violenza economica finché qualcuno/a non dà loro le parole per definirla. L’azienda, attraverso questi percorsi, offre alle persone le lenti giuste per vedere la realtà e cambiarla.
Le aziende che applicano la UNI/PdR 125:2022 iniziano a lavorare sulle disparità portandole alla luce. Perché tutto ciò che non viene misurato resta invisibile e tutto ciò che non viene analizzato, di fatto, non esiste.
Il 25 novembre ci invita a guardare oltre la violenza fisica. Ridurre le disparità salariali e garantire condizioni di lavoro dignitose significa offrire alle donne ciò che più le protegge: la possibilità di essere autonome e di costruire il proprio futuro in sicurezza.



