Chi ha paura dell’imprenditorA? Linguaggio inclusivo in Azienda

  • 22 ottobre 2019

    Chi ha paura dell’imprenditorA? Linguaggio inclusivo in Azienda

    By Alessia Tuselli, Partner A.Q.A. Network

    La comunicazione è uno dei principali ambiti attraverso cui stereotipi e pregiudizi vengono prodotti e veicolati, infatti: “non solo noi parliamo una lingua, ma siamo parlati da questa e dai pregiudizi iscritti in lei.” (Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, 1987). Parimenti, la lingua è uno strumento in continua evoluzione, è mobile, per questo è anche uno spazio in cui stereotipi e pregiudizi possono essere modificati. I linguaggi (verbali, audiovisivi, iconici) riflettono chi siamo, la realtà, la cultura in cui cresciamo e viviamo, le asimmetrie che la caratterizzano. Allo stesso tempo, i processi comunicativi concorrono a modificare quella stessa realtà, mettendone in discussione i costumi, nominando i cambiamenti, le nuove consapevolezze.

    A partire da queste considerazioni A.Q.A network ha deciso di avviare una riflessione sulle modalità di comunicazione, sull’uso del linguaggio al proprio interno come all’esterno: al centro, una specifica attenzione al riconoscimento e al rispetto delle differenze. Come network i temi di diversity&inclusion sono oggetto di molti dei nostri progetti, ci è perciò sembrato importante e coerente con i significati che portiamo avanti, dotarci di alcune linee guida. Dopo averne discusso, si è trovato ampio consenso sulle modalità per articolare linguaggi inclusivi in ambito aziendale: sono nate così le “Linee guida AQA network: il linguaggio inclusivo in azienda”.

    Perché abbiamo sentito questa responsabilità? Perchè nominare una cosa, chiamarla, vuol dire farla esistere, renderla visibile. La parola è azione, la parola è -possiamo dire- materializzazione.

    Facciamo un esempio: immaginate di essere in una stanza, insieme ad altre persone che parlano tutte la vostra stessa lingua. Davanti a voi c’è un tavolo, se lo nominate, tutti e tutte lo guarderanno, con tutte e tutti condividerete la categoria “tavolo”. Ora immaginate che il tavolo non sia presente nella stanza: se dite “tavolo” ognuna/o ne immaginerà uno, tondo, quadrato, rettangolare, in qualsivoglia forma. Nell’azione del chiamarlo, anche se non presente, lo avrete fatto esistere. Ma se il tavolo non fosse nella stanza e non ci fosse una parola per chiamarlo, quell’oggetto non potrebbe essere nominato, dunque non si materializzerebbe, non esisterebbe.

    Allo stesso modo, quando chiamiamo un’imprenditrice “imprenditore”, una manager “il manager”; quando le dipendenti di un’azienda finiscono dentro e spariscono dentro il plurale che si considera neutro “tutti i dipendenti”; quando in un meeting o in una comunicazione via mail, salutiamo “tutti” ma non “tutte”, in ognuno di questi casi non chiamiamo qualcosa, o meglio qualcuna: non nominiamo il genere femminile presente nello spazio aziendale. Sì, perché il linguaggio non è neutro rispetto al genere: questo infatti può produrre, riprodurre e veicolare stereotipi e pregiudizi su uomini e donne.
    Le asimmetrie rispetto al genere inscritte nel linguaggio possono essere, ad esempio, grammaticali con l’utilizzo del maschile plurale considerato neutro, o con la declinazione delle cariche professionali tutte al maschile (“ministro” “sindaco” “architetto” “imprenditore”, riproducendo una prassi del passato dove a quelle cariche professionali accedevano tendenzialmente solo uomini); troviamo poi asimmetrie di tipo semantico, dove uno stesso termine assume significati diversi per uomini e donne (“segretario”=segretario di Stato; “segretaria= addetta a compiti di segreteria in un ufficio; un “governante”=un uomo di stato; una “governante”= una domestica).

    Le linee guida A.Q.A network sono state pensate per ovviare ad una costruzione asimmetrica della realtà attraverso il linguaggio: declinando ad esempio i ruoli professionali ed i verbi ad essi correlati; imperandosi ad utilizzare nella comunicazione verbale e scritta la doppia flessione e/o locuzioni neutre (ES: tutte/i; le/i dipendenti; “popolazione aziendale”); utilizzando, nella forma scritta, segni di interpunzione inclusivi (ES: tutt@; colleg* ecc).

    É opinione condivisa, da parte di tutte e tutti noi, che l’approccio alla comunicazione non si modifica in maniera automatica, ma che occorre un’attenzione quotidiana, un lavoro costante per rendere le parole inclusive. Chiamare la realtà che abitiamo e chiamarla nominando tutte e tutti non è un mero vezzo linguistico, una battaglia di un altro tempo, un’esagerazione in un momento in cui “ci sono cose più importanti”. Nominare cose e persone è necessario per materializzare presenze, competenze, bisogni, per costruire un ambiente inclusivo e attento. Prestare attenzione ad un linguaggio inclusivo è una responsabilità, un’azione necessaria per chiamare la contemporaneità che abitiamo e pensiamo sia tempo di farlo anche e soprattutto nello spazio aziendale.

     

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