Italia: le imprese a cui non diamo credito

  • 23 agosto 2018

    Italia: le imprese a cui non diamo credito

    By Alessia Tuselli, partner A.Q.A. Network

    Le banche non si fidano delle imprenditrici. Problema culturale, ma da qualche parte è necessario partire: da una corretta alfabetizzazione finanziaria, ad esempio.

    Parlare di impresa significa anche parlare di credito: è l’accesso alle possibilità, il tramite per trasformare le idee in progetti, strutture, lavoro. A questo proposito, l’Osservatorio sul Terziario e Confesercenti, grazie a due distinte indagini (2018), fanno il punto, sottolineando un dato in particolare: se il titolare dell’azienda è una donna, aumentano le richieste di garanzie ed i tassi mentre diminuisce esponenzialmente la possibilità che la domanda di finanziamento venga accolta dall’istituto bancario. Le imprenditrici si vedono rifiutare la richiesta di credito nel 62% dei casi, contro una media nazionale del 47%. “L’impresa femminile viene percepita come più fragile, viene presa in minor considerazione. […]Il problema dell’accesso al credito è imbarazzante, ma invece di fare passi avanti verso la sua soluzione si torna indietro, se ne parla di meno rispetto ad anni fa. È come se la crisi economica avesse annullato la questione”. Questo il quadro presentato da Patrizia Didio, presidente di terziario donna di Confcommercio. Problema “imbarazzante”, che costruisce iniquità di accesso, problema per l’intera economia italiana. Nel lavoro autonomo, infatti, l’ostacolo di accesso al credito è l’unità di misura del “gender gap” (il gap di genere, tema già affrontato, che potete trovare (QUI). Il problema principale è ottenere finanziamenti, non tanto nelle grandi aziende, ma in quelle medio-piccole, il cuore del tessuto produttivo italiano.

    (Richieste di credito, esito della domanda nel primo trimestre 2018, dati in %. Fonte: La Repubblica, elaborazione dati Osservatorio sul terziario)

    I dati presentati dall’Osservatorio sul terziario (Aprile 2018) fotografano la questione: le donne titolari di piccole imprese (dai servizi, al commercio, fino ai trasporti) chiedono meno soldi e ne ottengono meno. Un “irrigidimento” che si traduce in una richiesta non accolta (62%) o accolta per importo inferiore (36,2%). Dati confermati dall’indagine di Confesercenti fra le sue imprenditrici, con una precisazione: il 70% dei rifiuti è per imprese del Sud Italia, senza dimenticare che nel Mezzogiorno un’impresa su quattro è donna (Osservatorio femminile di Union Camere).

    Un problema sottolineato dall’OCSE, che vede più lontano l’obiettivo  di pari partecipazione al mercato del lavoro per uomini e donne fissato per il 2030. Equità di accesso che comporterebbe un amento stimato di un punto percentuale di PIL pro capite annuo.

    “Non importa se hai 43 anni, un’azienda high tech con 25 dipendenti e i conti apposto. Non conta se hai una casa di proprietà e molti soldi sul conto: se sei una donna quando chiedi un mutuo per acquistare un immobile per la tua attività, tutto questo non basta. Servono più garanzie, una firma in più. Meglio se di un uomo. E a me che ero divorziata cosa potevano chiedere? Quella di mamma e papà, con ipoteca sulla loro casa”. Il racconto è di Rosanna Ventrella, titolare della Sms Tek di Torino.

    La richiesta di maggiori garanzie, che si traducono spesso nella ricerca di un garante uomo, è figlia di quella “fragilità” percepita, che deriva anche dalla minore solidità patrimoniale: “Le regole di Basilea per l’accesso al credito  delle piccole aziende non fanno differenze di sesso, ma le donne partono svantaggiate, anche perché i grandi patrimoni sono ancora dirottati verso il ramo maschile della famiglia” dice Maria Fermanelli, Presidente di Cna Impresa donna.

    Tutto questo accade mentre la stessa Banca D’Italia (studio del 2013, in piena crisi economica) ammette che le donne risultano migliori pagatrici (trend influenzato anche dal fatto che le cifre richieste/accordate hanno importi inferiori alla media).

    Cosa fare? Il problema è culturale. Per essere affrontato fin da subito, è necessario un diverso approccio, già a partire dalla richiesta di credito da parte delle imprenditrici: un’alfabetizzazione finanziaria che punti a formare titolari d’azienda che siano in grado di formulare una domanda che abbia fondamenta solide nei numeri. Le imprenditrici infatti possono non avere “un corretto approccio alla richiesta. Non bisogna convincere la banca raccontando passioni o idee, ma snocciolando numeri. Bisogna essere pragmatiche, e se la banca tentenna, alzarsi e cercarne un’altra.” Continua Didio nel suo commento ai dati.

    Da qui la necessità di conoscenza, informazione, in una parola, formazione. Partire dalla piccola e media impresa, significa partire da chi subisce maggiormente gli effetti di questa mancanza di fiducia da parte delle banche rispetto alle imprese guidate da donne. Azioni di sostegno mirate, che incidano sulla costruzione di consapevolezza e puntino a superare il limite nella possibilità di accesso al credito a partire dalla formulazione della richiesta. Puntare su un’idea, raccontarla in numeri, facendo emergere il problema “imbarazzante” che incide sull’intero tessuto produttivo.

    Formarsi oggi per parlare di futuro, guardando a quel futuro con pari accesso alle possibilità.

    Un obiettivo comune, un obiettivo che A.Q.A. Network traduce nei suoi servizi, senza rimandare a Settembre!

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